GELOSIA

Era una giornata calda, ma ventilata. L’acqua del mare era leggermente increspata. Una barca a vela si muoveva lentamente, senza meta. Qualche pedalò  si faceva largo tra i bagnanti per portarsi dove l’acqua era più profonda.
Da tempo, Osvaldo camminava lungo la battigia, ma non guardava il mare, scrutava piuttosto tra gli ombrelloni di prima fila se poteva esserci l’occasione per provare qualche approccio.
Sembrava proprio che non ci fosse nessuna donna che potesse interessarlo, quando, dopo molti andirivieni, notò in terza fila una ragazza sola, sdraiata su un lettino.
Muovendosi in largo e giungendo quasi per caso nel punto che lo interessava, le aveva rivolto un saluto, facendo un commento sul tempo di quel giorno. La ragazza, senza inibizioni, gli aveva risposto con cortesia. Si capiva che trovava piacevole la sua presenza.
Osvaldo colse la palla al balzo per dirle qualche banalità sulla vita di spiaggia, ma in tal modo avviò una conversazione spiritosa, alla quale la ragazza non si sottrasse.
Con noncuranza, si sedette vicino al lettino, le  fece  qualche  complimento,  provocando  la risata divertita di Elena.
Sembravano in sintonia e, tra una parola e l’altra, le propose di fare il bagno insieme.
Fu una corsa verso il mare, sul quale si gettarono sollevando molta schiuma d’acqua e ridendo a crepapelle.
Al ritorno sulla spiaggia, era ormai quasi sera, Osvaldo le chiese se l’avesse potuta rivedere anche il giorno dopo. Ricevendone una risposta affermativa, l’aveva lasciata con molta galanteria.

L’indomani, si ritrovarono nello stesso posto e la conversazione acquistò un po’ più di consistenza. Si scambiarono opinioni su molte cose, anche non banali.
Innanzitutto, si informarono sulla loro vita lavorativa.
Lui era medico, aveva ventinove anni, e già lavorava in una struttura pubblica, con la qualifica di dirigente di ultimo livello.
Lei ne aveva ventuno ed era iscritta al secondo anno di Lettere.
Erano quindi due persone istruite, figlio, lui, di due medici, che lo avevano sicuramente aiutato  ad  intraprendere la sua carriera; figlia unica, lei, di due insegnanti elementari.
Osvaldo era un bel ragazzo, nero di capelli, con occhi marrone.
Elena li aveva invece azzurri e si facevano subito notare sul viso abbronzato. I capelli erano biondi, tenuti a coda di cavallo. Era una ragazza di belle forme, anche se non appariscenti.

A un certo punto, Osvaldo le propose di passare insieme la serata in una discoteca vicina. Elena accettò.

Alla sera, vestiti sobriamente, si erano ritrovati nel frastuono di una sala molto affollata.
Lei sembrava felice, lui appariva leggermente infastidito da tanta calca.
Ma fu comunque una bella serata. Elena aveva ballato in continuazione, anche i balli più sfrenati, non solo con Osvaldo, ma pure con altri che la invitavano.
Osvaldo teneva il broncio quando non ballava con lui. Sembrava quasi che la considerasse la sua ragazza.
Ma la cosa non stava così. Elena non aveva fatto o detto nulla che glielo potesse far pensare.

Il giorno dopo comunque, sulla spiaggia, ricordarono  allegramente  i  momenti  più divertenti della sera prima.
Si scambiarono anche altre confidenze. Seppero che abitavano in due città diverse, ma distanti tra di loro non più di venti chilometri.
Promisero di rivedersi, anche senza fissare un giorno preciso. Per accordarsi sarebbe bastata una telefonata e così si scambiarono il loro numero di cellulare.
Osvaldo era in spiaggia da pochi giorni, mentre Elena era ormai al termine delle sue vacanze.

Osvaldo fu dispiaciuto di non averla conosciuta prima, ma fu comunque contento di poterla rivedere presto.

Dalla spiaggia le telefonava tutti i giorni per sapere che cosa stesse facendo. Elena glielo diceva, ma qualche volta si inventava anche cose non vere.

Appena rientrato dal soggiorno marino, Osvaldo aveva un forte desiderio di rivederla. Le telefonò  proponendole  di cenare  insieme. Anche Elena era desiderosa di rivederlo e lo invitò a casa sua.

Viveva da sola, per sentirsi più libera, non lontano dai genitori, in alcuni locali di loro proprietà.
Alla sera stabilita, Osvaldo si presentò con un mazzo di rose rosse, che Elena gradì molto.
La cena era stata preparata da Elena, che sapeva anche cucinare. Osvaldo apprezzò molto i piatti che aveva preparato, innaffiati da un buon vino.
La conversazione era stata piacevole e, al momento di congedarsi, Osvaldo le strinse forte la mano e la baciò su una guancia.

Quel bacio aveva turbato Elena, che però non lo diede a vedere.
Ma poi, ripensandoci, considerò che era stata forse un po’ fredda; che il bacio non l’aveva disturbata, ma che, semmai, avrebbe desiderato ricambiarlo.

Tra i  due   stava   insomma  nascendo qualcosa di più di una affettuosa amicizia. Ne erano entrambi compiaciuti e forse al prossimo incontro avrebbero potuto essere meno misurati.
Non  molto tempo dopo, Osvaldo le chiese di ripetere la bella serata passata insieme ed Elena fu lieta di invitarlo nuovamente a casa sua.

Osvaldo arrivò con tre rose rosse, un chiaro messaggio, che naturalmente Elena accolse con piacere.
Fu una nuova serata in allegria e quando giunse il momento del congedo, Osvaldo si avvicinò a Elena, la strinse a sé e le diede un bacio appassionato. Elena ricambiò con calore. Osvaldo si fece più audace facendole chiaramente capire che lo turbava un forte desiderio di lei. Elena non lo respinse e accettò un rapporto protetto, che fu comunque dolce, ma vigoroso.

Il ghiaccio era stato rotto. Ora, diventava tutto più facile. Le loro intenzioni amorose divennero più esplicite e, dopo non molto, furono d’accordo di farsi conoscere dalle rispettive famiglie.

Osvaldo  andò  oltre.  Voleva  sposarla. Elena resisteva, dicendogli che stava ancora studiando e che quindi sarebbe stato opportuno attendere che si laureasse, ma l’insistenza di Osvaldo la fece cedere e concordarono un matrimonio di rito civile, con pochi amici.

Anche  se la cerchia dei commensali era ristretta, la festa fu molto calorosa lo stesso. Esclusero di voler andare in viaggio di nozze, e, appena possibile, si ritirarono nel nuovo appartamento, che, per il momento, avevano affittato.

Elena non aveva però rinunciato alla sua piccola casa. Era stata arredata secondo i suoi gusti e le era doloroso doverla abbandonare.

Dovette rallentare gli studi perché era rimasta immediatamente incinta e, dopo la nascita di Iris, passava buona parte della giornata nelle sue cure.
Osvaldo la consolava, dicendole che avrebbe potuto riprendere non appena fosse stato possibile iscrivere la bambina  ad un asilo nido.
Elena,  pur contenta per la nascita di Iris, soffriva per la mancanza di quella libertà che si era conquistata, anche contro il parere dei genitori.
Si sentiva come soffocata, anche perché Osvaldo le telefonava a ogni ora del giorno e voleva sempre sapere che cosa avesse fatto in sua assenza.
Di più. Anche quando usciva, seppure con la bambina, Osvaldo voleva sapere dove fosse stata, chi  avesse incontrato, con chi avesse parlato. Elena voleva fargli capire che era assurdo, che lei lo amava, che nessun altro uomo la interessava. Ma invano. Osvaldo sembrava aver capito, si scusava, prometteva di non farlo più, ma era un sentimento che non riusciva a dominare.
A un certo punto, Elena gli disse che, se non la smetteva, se ne sarebbe tornata, con la sua bambina, nella vecchia abitazione. Osvaldo le rispose con uno schiaffo. Elena rimase impietrita, incapace di reagire, ma, in silenzio, incominciò a pensare di andarsene.
Temeva la reazione violenta di Osvaldo, ma non poteva più vivere a quel modo.
Per un po’, continuò a subire le sue angherie, ma, un giorno, tornando a casa,  Osvaldo non la trovò. La  chiamò  subito  al cellulare, che però non rispondeva.
Elena non solo aveva cambiato numero, ma non si era neppure rifugiata nel vecchio appartamentino. Una vecchia compagna di scuola l’aveva ospitata nella sua abitazione, in un’altra città.
Non ricevendo risposta, Osvaldo si imbestialì. Incominciò a telefonare ai genitori di Elena, ma anch’essi erano stati tenuti all’oscuro di tutto.
Osvaldo non si arrese. Si rivolse a un investigatore privato e promise qualsiasi compenso se avessero trovato la moglie.

Ma il caso gli fu favorevole. Un vecchio paziente, che sapeva delle sue disavventure, gli telefonò per fargli sapere di aver visto Elena, con la bambina, in una città vicina, assieme a un’altra donna.
Osvaldo volle sapere tutti i particolari: in quale città, a che ora, in quale via e cominciò ad appostarsi nei paraggi del luogo che gli era stato indicato.
Da molti giorni, nelle ore libere, si trovava sul  posto  ed  ebbe  la  fortuna di vederla. Le si accostò con la macchina e, scendendo, l’afferrò con la bambina in braccio, la caricò sul sedile posteriore e partì a tutta velocità.
Le urla di Elena, il pianto disperato della bambina, non servirono a nulla. Le portò a casa e quando furono soli la coperse di contumelie e di botte in tutto il corpo, dicendole che lei era solo sua e che doveva ubbidirgli. Elena non aveva più la forza di reagire. Le sue grida avevano richiamato l’attenzione dei vicini, ma nessuno  si  fece vivo, probabilmente convinto che fossero solo questioni di tradimenti coniugali.
Osvaldo le tolse il cellulare e le chiavi di casa, minacciandola di vendicarsi se avesse osato chiamare aiuti.
A ogni suo ritorno, Elena si protestava innocente, dicendo che era una donna libera, che non avrebbe ulteriormente sopportato le sue violenze e che voleva  rompere quel rapporto ormai divenuto insostenibile.
Ma intanto viveva da reclusa.
Un giorno, dal balcone del suo alloggio, Elena richiamò l’attenzione di un passante. Gli gettò un biglietto, con la richiesta di aiuto.
Il passante fu molto rapido, avvertì i carabinieri, che  in  brevissimo  tempo  furono sul posto.
Senza chiavi, la porta d’ingresso non poté essere aperta. La forzarono. Elena raccontò loro qual era il problema.

Intanto, Osvaldo stava per rientrare. Quando si accorse dell’assembramento di persone davanti al suo condominio e notò la presenza della gazzella dei carabinieri, si allontanò rapidamente, giurando di vendicarsi.

Per  prima cosa, Elena fece cambiare la serratura dell’appartamento, per evitare cattive sorprese. E fu molto lungimirante, perché, appena gli fu possibile, Osvaldo cercò di rientrare, ma, naturalmente, senza riuscirvi. Inveì a voce bassa contro Elena e scappò via velocemente, per timore di essere scoperto da qualche inquilino.
Ma non era finita. Al lavoro non si era ripresentato, avendo chiesto alcuni giorni di ferie. Così i carabinieri non poterono fermarlo per interrogarlo.

Un giorno, Elena aveva portato la bambina dai nonni e, dopo alcuni acquisti, stava rientrando a casa. All’improvviso, Osvaldo sbucò da dietro un’auto e, con un bisturi ben affilato, la colpì al cuore e fuggì.
I passanti diedero l’allarme, le forze dell’ordine partirono a tutta velocità e riuscirono a scovarlo e ad arrestarlo.
Agli inquirenti disse solo: “L’avevo avvertita. Non ha saputo stare al suo posto.”

 

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